carissimi, 

questo spazio del sito è stato pensato per tutti quelli che vogliono lasciare un pensiero, inviandocelo per mail a info@puntodapprodo.it

Il 2016 è l’anno che il Punto d’Approdo compie 30 anni! Tante le donne che abbiamo ospitato, accompagnato in un momento della loro vita, confortato, indirizzato e come si dice oggi giorno: ri-generato. Non è il Punto d’Approdo la vera forza, ma la vita stessa che permette a chiunque di riuscire a vedere la propria esistenza da prospettive le più diverse. Certo, tante volte è solo con l’aiuto di altre persone che la prospettiva cambia, che una persona riesce a vedersi in un’ottica diversa, come il poter ricredersi utile alla società, ai propri cari e alla famiglia. La realtà dell’Approdo non è solo donne accolte, ma tante figure che, chi con maggiore presenza, chi in secondo piano, permettono di costruire per ogni persona che ha bussato alla nostra porta un futuro migliore, più certo. Proviamo a pensare a tutti gli operatori, a tutti quei professionisti che per dedizione ed ideali comuni hanno scelto di essere a disposizione del prossimo: dei “tecnici”, degli “ingegneri” con una carica umana ineguagliabile, che sostengono senza togliere protagonismo a tutte quelle persone che hanno bisogno di riprendersi la vita. Operatori e non, siamo tutti ugualmente responsabili della costruzione di una comunità più giusta, dove il soggetto debole possa essere vera risorsa per tutti, dove la differenza culturale diventi arricchimento collettivo, dove le ingiustizie siano curate con l’attenzione del buon padre di famiglia. Dove ogni persona che ha vissuto una crisi importante rientri a pieno titolo nella società, consapevole che potrà incappare in altri problemi poiché il mondo in cui viviamo non è giusto.
Forse queste mie parole non vi suonano tanto nuove, forse siete già stati a trovarci, avete già respirato quell’aria di solidarietà di cui parlo. Ebbene, ci piacerebbe che questo spazio del sito fosse come dire di libertà, dove chi ci ha conosciuto possa portare la sua esperienza con noi, possa scrivere le difficoltà che incontra ancora oggi, i sogni che vorrebbe realizzare, le persone che vorrebbe incontrare o sapere se sono ancora in zona…
Ho ancora una cosa importante da portare alla vostra attenzione: tutta questa riflessione nasce dalla capacità di una persona semplice, di uno di noi, di concepire la spazio in cui viviamo come un luogo per tutti. Senza divisioni culturali, di casta, sociali o che altro. Tanti di voi avranno già capito dove voglio arrivare: Beppe, Geppo, Giuseppe Piamarta ci ha donato uno Stile (con la S maiuscola!!) che ci resterà per sempre nel cuore.
Ecco quindi qui di seguito un ricordo dedicato a lui
e poi? Scriveteci e pubblicheremo le vostre mail.

 

da il quotidiano IL TRENTINO del 14 febbraio 2016

IL LUTTO
Rovereto, addio al sorriso di Giuseppe Piamarta

Stroncato da un arresto cardiaco il direttore della cooperativa sociale “Punto d’Approdo”. Aveva 51 anni, era stato un attaccante del Rovereto Calcio di Paolo Mantovan

Giuseppe Piamarta se n’è andato. Di notte, col volto disteso quasi in un sorriso. E d’altronde tutta la sua vita è stata un sorriso. Alla ricerca della positività, guardando il bicchiere mezzo pieno che c’è in ciascuno di noi, Giuseppe (“Beppe” per gli amici, i tantissimi amici) era alla costante ricerca dell’umanità profonda e amava regalare simpatia. Una simpatia quasi smisurata. Chi lo conosceva (a Rovereto e non solo) gli voleva bene: impossibile non volergliene. Ti faceva scoppiare il cuore di gioia e di allegria. Il cuore. Proprio il suo cuore ieri all’alba si è arrestato. Giuseppe soffriva da tempo di una malattia che aveva iniziato a combattere, con grande vigore interiore, ma che purtroppo ha logorato talmente il suo grande cuore da fermarlo all’improvviso. Davvero all’improvviso e in parte inaspettatamente – malgrado la malattia – perché un po’ di speranza c’era e perché anche venerdì era stato al lavoro, fino a sera.
Giuseppe Piamarta, classe 1964, era il direttore dal 1997 del «Punto d’Approdo», la cooperativa sociale che accoglie donne, anche con bambini, in stato di difficoltà e disagio. Aveva scelto presto di mettersi dalla parte dei deboli. Dopo il diploma di ragioniere, Giuseppe aveva imboccato la strada del servizio alle persone in difficoltà, proprio come fosse una missione, preparandosi con la Scuola superiore di servizi sociali e di lì a poco si era gettato nella mischia come operatore sociale della Cooperativa Girasole.
Che poi gettarsi nella mischia gli veniva semplice, fin da quando ragazzino, prima nei campetti dell’oratorio Rosmini e di Santa Caterina e poi nello stadio Quercia con il Rovereto calcio (dai formidabili anni delle giovanili, alle stagioni felici in prima squadra in Interregionale a metà anni ’80), sgusciava dalle mischie col pallone incollato al piede, dribblando e scartando con un’agilità che faceva impazzire gli avversari (e anche i compagni di squadra). Un’agilità da funambolo che esibiva con un’allegria contagiosa quando, da animatore in parrocchia, giocava a qualsiasi cosa con i più piccoli. Era un mito, il Beppe, per i ragazzini e per le ragazzine di Santa Caterina. Aveva continuato per anni a frequentare la parrocchia, animando la catechesi e soprattutto i campeggi (prima a Fiera di Primiero poi a Monclassico) dove dava il meglio di sé. Era il vero mattatore di quei campeggi. Scherzi, sfide, gite (con un grande amore per la montagna e per le ferrate) ma anche attenta preparazione per gli incontri e i momenti di riflessione. E poi una parola per tutti. Aveva il dono di capire al volo chi aveva qualche preoccupazione e sapeva offrire il suo ascolto. A volte anche ammonendo (seppur scherzosamente), forse con un’inevitabile inflessione all’educazione che aveva assimilato dai genitori, Anna e Giorgio, entrambi maestri elementari, ma sicuramente con una fede che sempre lo ha interrogato.
Poi è cresciuto tantissimo. Sì, al Girasole è cresciuto negli anni in esperienza e in temperamento, irrobustendo altri lati importanti del carattere e consolidando una sua particolare conformazione, un misto di opposti: fermezza sui principi e dolcezza rispetto alle azioni umane. Aveva una solida “cultura del rapporto umano”. Ma anche una consapevole autoironia (che rimane la migliore delle ironie) pur senza soffocare lo spirito agonistico che l’aveva plasmato fin da piccino. E allora ci metteva tutta la volontà per trasformare le cose, lavorava sodo per raggiungere gli obiettivi sul lavoro. E lo spirito agonistico riusciva pure a comunicarlo come stimolo (proverbiali le sue sfide al motto di: “gnanca bom”) per gli ospiti della Cooperativa Girasole. Un metodo “terapeutico”. Al Punto d’Approdo ha dato tutta la sua maturità, la capacità di ascoltare, coordinare, “prevedere”, interagire. Al Girasole ha dato forse le stagioni dell’entusiasmo e del vigore contagioso.
E proprio lì, al Girasole, Giuseppe ha incontrato la donna della sua vita, Fabiola Pozza, la moglie – forte e sensibile insieme, come lui – che ora ha lasciato, con i tre figli, Anna, Gabriele e Davide. Con Fabiola aveva realizzato il suo più grande sogno, apparentemente semplicissimo eppure fondamentale e per nulla scontato: costruire una famiglia. Una famiglia aperta, predisposta all’accoglienza, proprio come il lavoro per Giuseppe e Fabiola, alla ricerca di una pienezza di vita. Me lo dicevano ieri anche i fratelli, Pietro, Maria e Angelo. E l’amico fraterno Enrico Tasini.
E i tanti, tantissimi amici che si sono recati a casa sua a Sacco, per vedere per l’ultima volta il suo sorriso. E per fissare nella mente quell’energia positiva che Giuseppe ha voluto donare per tutta la vita. E che ci lascia come monito.

 

 

I colleghi.

Tante volte ci siamo fermati a pensare alle cose discusse con Beppe, a ridare ordine a dei fatti accaduti e a ripartire posando un passo dietro l’altro in modo quasi nuovo, più giusto. Beppe anche oggi ci permette di riflettere, di riconoscerlo nei tanti visi incontrati, nelle tante persone che hanno scelto di percorrere un po’ di strada con noi Approdo. Beppe aveva scelto di creare un mondo migliore, più giusto, un mondo dove i deboli fossero una risorsa per tutti e come tali si sentissero nella comunità. Ha scelto di lavorare nel sociale, ma tutta la sua vita è stata dedicata a quella giustizia sociale in cui credeva. Beppe ci ha insegnato a riconoscere nel prossimo una parte di noi, ad ascoltare quelle voci spesso soffocate da soprusi e violenze. Pensate: 30 anni fa l’Approdo iniziava a soddisfare le prime richieste di aiuto di donne in difficoltà. Poi con la preziosa presenza di Beppe la cooperativa è divenuta una presenza importante per tutto il territorio. Un’ideale di giustizia che pian piano è diventato una realtà, uno stile, un modo di riconoscere il prossimo anche attraverso la diversità e di accogliere tutto e tutti. Beppe ci lascia un tesoro, ci lascia una città dove è già germogliato il seme della solidarietà, dove chi è in difficoltà ha finalmente una porta dove bussare, una casa dove vivere, un calore famigliare dove raccontarsi e trovare consolazione. E tante persone che hanno voglia di proseguire su questa strada, con quella sobrietà tipica di Beppe che lo portava essere una persona semplice, affabile, equilibrata e ironica.